Quel bravo picciotto
Fred Gardaphe ha sessant’anni e da cinquanta prova a raccontare una storia. L’ha scritta decine di volte, ha riempito scatoloni di manoscritti, ha provato col romanzo, col racconto, col memoir. “Non ha mai funzionato niente”, racconta dal suo ufficio al Queens College di New York. E però ci sono molte cose, dentro quei manoscritti: fatti feroci, a tratti anche divertenti. C’è una storia di mafia con pochi eroi e poca epica, molta manovalanza miserabile, e nessuna prosopopea morale. di Giuseppe Rizzo
10 AGO 20

Fred Gardaphe ha sessant’anni e da cinquanta prova a raccontare una storia. L’ha scritta decine di volte, ha riempito scatoloni di manoscritti, ha provato col romanzo, col racconto, col memoir. “Non ha mai funzionato niente”, racconta dal suo ufficio al Queens College di New York. E però ci sono molte cose, dentro quei manoscritti: fatti feroci, a tratti anche divertenti. C’è una storia di mafia con pochi eroi e poca epica, molta manovalanza miserabile, e nessuna prosopopea morale. C’è un ragazzino che mette lo zucchero dentro le taniche delle auto dell’Fbi a Chicago negli anni Sessanta. E poi un giro di parenti e amici di famiglia che lavorano per Al Capone. E un padre e un padrino e un nonno ammazzati come cani. E 5 mila dollari ricevuti da un boss per tenerlo fuori da una situazione che era degenerata: e la scelta, con quei soldi in tasca, di laurearsi e iniziare a insegnare e a scrivere i primi saggi sulla letteratura italo-americana e sulla mafia. Il tutto condito da scene che sembrano uscite da “Quei bravi ragazzi”, o “I Soprano”, ovvero “Il Padrino”: ma senza il rosario di cialtronate che a volte si portano appresso robe del genere.
Per dire. Una sera il ragazzo è a cena con gente molto più grande di lui e gli viene chiesto se stia scrivendo il saggio per il diploma e lui dice di sì, sta lavorando a una cosa sulla mafia. Basta quella parola perché gli altri si facciano muti, e al ragazzo si giri il sangue nei polsi. Un uomo gli chiede cosa stia leggendo per documentarsi, il ragazzo risponde “The Valachi Papers” (“I segreti di Cosa Nostra”). Molti si irrigidiscono, e allora un tizio cambia discorso: il ragazzo realizza che metà della gente che ha di fronte è citata nei libri che ha letto per il suo saggio. Quel ragazzo è appunto Fred Gardaphe, ex picciotto della mala di Chicago e oggi professore di Studi italo-americani e saggista. “Dopo 50 anni ho capito perché non sono riuscito a raccontare questa storia: mi mancava un tassello”, dice. Ora quel tassello ce l’ha, e ha a che fare con l’uomo che ha ammazzato il padre e con una scatola rossa nera e oro piena di gioielli.
"Tutto ha inizio negli anni Trenta con un banco di pegni a Melrose Park, Chicago”, racconta. E’ il banco di pegni del nonno, Fred come lui e il padre, americano di origini basco/italiane, nato nel Wisconsin nel 1905. Trasferitosi a Chicago, incontra la ragazza italiana che sposerà nel 1924. Isabella Fusaro, si chiama, e ha una famiglia, diciamo così, complicata.
“Giovanni e Giuseppe Fusaro, i fratelli, erano dei gangster, anche se non implicati in robe di prostituzione e droga, avevano altri business”, ricorda il professore. “Giovanni aveva una copisteria, ma lavorava per Al Capone. Ovviamente io non ne ho mai sentito parlare a casa, la mia famiglia ha conservato per decenni tantissimi segreti, li ho scoperti da me”. Per esempio scopre che dopo che il nonno sposò Isabella, i fratelli di lei gli fecero un’offerta difficile da rifiutare. “Nonno lavorava alle poste, ma per loro non era onorevole. Se vuoi essere un buon marito per nostra sorella, gli dissero, devi venire a lavorare nel nostro bar. Così iniziò a fare il barista, mentre mia nonna lavorava in cucina”.
Le cose vanno bene finché il Proibizionismo e la crisi del 1929 non ammosciano il sogno americano. “A nonno si presenta sempre più gente che non può pagare con soldi, perché non ne ha, e allora gli offre orologi, catenine e altra roba del genere: è così che nasce l’idea del banco dei pegni”. Gardaphe senior ci sa fare e i fratelli Fusaro gli danno una mano ad aprirlo: presto proveranno a smerciare lì la refurtiva delle loro rapine. “Nonno non si è mai macchiato di reati, salvo forse aver venduto alcol durante il Proibizionismo. Disprezzava i fratelli della moglie”. E’ uno dei tantissimi americani con origini italiane (da parte di madre) che negli anni Cinquanta affollano il quartiere operaio di Melrose Park, a 15 chilometri dal centro di Chicago. “Era una città nella città, un regno mafioso in cui politica, business e criminalità andavano a braccetto, tanto che si diceva che era impossibile diventare sindaco di Chicago senza prima passare da Melrose Park”.
Le cose vanno bene finché il Proibizionismo e la crisi del 1929 non ammosciano il sogno americano. “A nonno si presenta sempre più gente che non può pagare con soldi, perché non ne ha, e allora gli offre orologi, catenine e altra roba del genere: è così che nasce l’idea del banco dei pegni”. Gardaphe senior ci sa fare e i fratelli Fusaro gli danno una mano ad aprirlo: presto proveranno a smerciare lì la refurtiva delle loro rapine. “Nonno non si è mai macchiato di reati, salvo forse aver venduto alcol durante il Proibizionismo. Disprezzava i fratelli della moglie”. E’ uno dei tantissimi americani con origini italiane (da parte di madre) che negli anni Cinquanta affollano il quartiere operaio di Melrose Park, a 15 chilometri dal centro di Chicago. “Era una città nella città, un regno mafioso in cui politica, business e criminalità andavano a braccetto, tanto che si diceva che era impossibile diventare sindaco di Chicago senza prima passare da Melrose Park”.
In questo quartiere nasce Fred Gardaphe junior, il padre del professor Gardaphe. Gardaphe senior se lo porta fin da piccolo al banco dei pegni, e lì lavora e riceve dal padre lo stesso insegnamento che poi ne caverà anche il nipote: “Il tetto che hai sulla testa, il letto dove dormi, il cibo in tavola, pago tutto io, perciò non venire a chiedermi altri soldi”. Per tutto il tempo che Gardaphe parla della sua storia non c’è una frase che descriva meglio il nonno. A eccezione di questa: “Aveva sempre con sé una pistola, non se ne liberava neanche per andare a messa”. A Fred Gardaphe junior l’autorità del padre va bene finché non perde una serie di scommesse su alcune partite di golf, e pur di non chiedergli un dollaro (non gliel’avrebbe dato) inizia a lavorare con il cugino, Luis Fusaro, rapinatore. Il professor Gardaphe ricorda: “Ero bambino, certe notti la cantina di casa nostra si riempiva di televisori, radio, vestiti: la mattina dopo non c’era più niente”. Era la roba che il padre e Fusaro rubavano da negozi e treni merci e che poi rivendevano in giro, compreso il banco dei pegni del nonno. “Però quando lui non c’era, perché mio padre sapeva che gli avrebbe spaccato le ossa a saperlo in affari con Luis”. Ma in realtà il problema non è neanche Luis, è il tizio per cui lavora Luis, che di nome fa Gerry Carusiello e di professione fa il rapinatore di gioiellerie e il killer. Il soprannome più affettuoso di Gerry è Dinger (coltello), quello che lo descrive meglio è Ding-Dong (pazzo scatenato). Ding Dong Carusiello è un lontano cugino di Fred Gardaphe junior e negli anni diventerà uno dei rapinatori più conosciuti di Chicago, oltre che uno dei killer al soldo di Joey Aiuppa e del suo clan – dopo quello di Al Capone, e al pari di quello di Tony Accardo, il più potente in città.
Luis lavora con lui e si trascina anche il cugino Fred. Un giorno però la piccola impresa familiare si rompe. Luis prova a rapinare con altri un golf club; entrano, puntano alla cassa, ma un uomo della sicurezza spara e colpisce Luis. Gli altri lo portano via e lo lasciano sul marciapiede davanti l’ospedale: morirà tre ore dopo. “La sua morte cambierà le carte in tavola”, dice Gardaphe. Le cambia soprattutto per il padre, che vedendo morire così il cugino - questo è il sospetto del professore - inizia a prendere le distanze dal clan. “Ma poi un giorno succede l’irreparabile, e sono cinquant’anni che mi porto appresso quel giorno”.
La scena è questa: “Ho dieci anni e sono con papà in negozio, nonno non c’è. Entra un tizio, abito elegante, e papà si irrigidisce, ed è strano perché non l’ho mai visto spaventato”. L’aria si fa tesa: “I due parlano, poi l’uomo tira fuori una scatola rossa nera e oro e la dà a mio padre”. Gli chiedo se ha mai saputo cosa ci fosse dentro. “Certo, gioielli. Qualche giorno dopo mio padre viene ammazzato, risucchiato in una dinamica che non mi ha mai convinto".
La dinamica è questa. E’ il 22 luglio 1963, è una bella giornata di sole e Fred vuole andare a giocare a baseball invece che raggiungere il padre per dargli una mano. Lo fa da un po’, ci guadagna qualche dollaro. E però quel giorno non c’ha testa, perciò con una scusa dal padre manda il fratello più piccolo, Michele, e lui se ne va al parco. Michele ha una bicicletta troppo grande per lui, a stento tocca per terra, ma è l’unica che ha ed è con quella che va al banco dei pegni, per poi scapparne via subito dopo, con le gambe mosse dal terrore e un’immagine negli occhi: il padre malamente accasciato a terra, accoltellato, il sangue sul pavimento, la scatola rossa nera e oro in mano. Michele corre più veloce che può verso il parco, sa che suo fratello è lì, lo vede e da lontano gli grida l’unica cosa che ha capito di tutto il suo personale e infantile inferno: “Fred, papà is dead”.
Assieme tornano a casa, notano le finestre serrate e un via vai di italiani di Melrose Park. Vecchie signore vestite di nero e uomini che non fanno altro che ripetere a Fred: “Adesso l’uomo di casa sei tu”. A sera arriva il nonno, era da parenti fuori Chicago, è un filo ubriaco. “Quel giorno è cambiata la mia vita. Nonno viene da me, mi afferra e mi dice: Fred, adesso devi badare alla tua famiglia”. Fred crolla e il crollo si porta dietro molte lacrime. Il nonno si infuria: “Smettila di piangere, gli uomini non piangono”. Dice il professore che da quel momento, nella sua vita, non ha più pianto, salvo qualche tempo fa, per una vicenda personale che non riguarda i lutti di quegli anni.
Con gli occhi asciutti, vede archiviare le indagini sull’omicidio del padre (rapina finita male, colpevole sfuggito senza avere rubato niente), e inizia a lavorare al banco dei pegni del nonno. Essendo piccolo, i soldi vengono dati alla madre: e così per anni. Intanto il nonno s’è messo in testa di indagare sull’assassinio del figlio. “Non ne parlava, ma sono sicuro che ciò che è successo in quel 1966 sia collegato alle sue indagini”.
Ciò che è successo è questo: “E’ il 16 dicembre, e così come il giorno che fu ucciso mio padre, tre anni prima, mi invento una scusa per non andare al negozio, e chiedo a mia madre di accompagnarmi a vedere una partita di basket”. La madre gli dice di sì, va bene, ma intanto le telefona il suocero. “Abbiamo sentito tutto. Era tardo pomeriggio, mamma e nonno stanno parlando e a un certo punto nonno alza la voce contro qualcuno, c’è trambusto, degli spari e poi più niente”. La madre guarda Fred con la cornetta ancora in mano, lo spavento le ha seccato le parole in gola. “Solo dopo un po’ trova la forza per dirmi di prendere l’auto e correre dal nonno: avevo tredici anni, non avevo neanche la patente”.
Al banco dei pegni ci arriva in tempo per vedere un uomo scappare nel buio. Corre dentro, il nonno già morto, gli cerca la pistola nella giacca, ma non fa in tempo a uscire che sono arrivati i poliziotti e gli dicono di alzare le mani. “Stupidi, invece di fermare gli assassini hanno fermato me”. Più tardi, in verità, uno dei due assassini verrà arrestato. “Erano in due, dell’altro non si è mai saputo niente”.
Gardaphe in quegli anni è un adolescente, sente che l’America sta cambiando, è cambiata, il Vietnam gli hippie le ragazze, la politica e le minigonne, il prurito delle rivolte arriva anche a Melrose Park, ma Anna Rotolo, la madre, congela tutto, e con un gesto che ancora oggi il figlio Fred non riesce a spiegarsi, un giorno lo prende per mano e lo accompagna a casa di due nuovi vicini. “Una villa come ce n’erano poche nel quartiere, i proprietari erano due fratelli sui trent’anni”. Sono Tom e Louis Eboli, i figli del boss Tommy Ryan Eboli, pezzo grosso della mala newyorchese. “Tu adesso lavori per loro, mi disse mia madre”.
Lavorare per gli Eboli significava entrare in uno dei più grossi business della ristorazione a Chicago tra i Sessanta e i Settanta. “Fornivano moltissimi ristoranti con i loro prodotti, e non era permessa molta scelta”, ricorda il professore. Che all’inizio per gli Eboli fa lavori di fatica, pagati male: carico e scarico merci, pulizie dei locali: i soldi, come quando era bambino, sono dati alla madre. “Un giorno m’incazzo, voglio di più, e soprattutto per me. Allora Louis, la testa più calda dei due fratelli, mi prende in disparte e mi dice che se voglio fare qualche dollaro facile non ci sono problemi: la sera stessa, e poi la notte, la passo a mettere bollini contraffatti su un carico di sigarette di contrabbando”. E’ il suo primo lavoro da picciotto “mascariato”. “Ho fatto da autista per Louis, l’ho aiutato nei suoi affari, qualche volta ho partecipato a dei pestaggi”, dice il professore. E tutto questo finché Tom non lo scopre e s’infuria. “Li vedo che parlano di me, nel loro ufficio. Tom rimprovera Louis di avermi tirato dentro giri pericolosi. Lo sai che lui deve fare altro, gli dice”. Gardaphe scopre di cosa si tratta quando Tom lo prende a lavorare con sé, nel suo ufficio, insegnandogli tutto quello che c’è da sapere del loro business. “Il suo piano era quello di investire su altro, e lasciare la gestione del settore a me”, dice il professore.
“Avevano dei figli della mia età, ma li volevano tenere fuori, perciò puntavano su di me”. E le cose vanno bene finché a New York non uccidono Tommy Ryan, il padre degli Eboli. “Da quel momento i due fanno perdere le loro tracce e io divento il loro ufficiale di collegamento con gli altri boss”. Ma un giorno Tom ricompare, e ricompare con 5 mila dollari. “Sono per te, mi dice, danne un po’ a tua madre e col resto iscriviti al college”, racconta Gardaphe. Dalla sera in cui ha smerciato le prime sigarette di contrabbando sono passati otto anni. “Gli otto anni peggiori della mia vita”, dice oggi il professore.
Una parentesi. Se tante volte avete pensato che molti romanzi film serie di mafia siano delle cretinate, prego: avete fatto bene. In tutti questi racconti manca una cosa fondamentale che Gardaphe individua come fondamentale: la rappresentazione della noia. “Io mi annoiavo da morire, in quegli anni. Pari alla noia c’era solo la paura. C’erano i soldi, i locali, qualche ragazza, ma la verità è che era una vita noiosa, a parte la paura”. Chiusa la parentesi.
Una parentesi. Se tante volte avete pensato che molti romanzi film serie di mafia siano delle cretinate, prego: avete fatto bene. In tutti questi racconti manca una cosa fondamentale che Gardaphe individua come fondamentale: la rappresentazione della noia. “Io mi annoiavo da morire, in quegli anni. Pari alla noia c’era solo la paura. C’erano i soldi, i locali, qualche ragazza, ma la verità è che era una vita noiosa, a parte la paura”. Chiusa la parentesi.
“Quei 5mila dollari mi hanno aiutato a chiudere con quella vita. Ma in verità, il punto l’ho messo solo quando ho scoperto l’assassino di mio padre”. Stava scrivendo “From Wiseguys to Wise Man”, un saggio sulla figura dei mafiosi nella cultura pop statunitense, e il vecchio boss Tony Accardo fa sapere alla madre che lo vuole incontrare. Gardaphe si preoccupa e chiede: “Per pranzo o cena?”. Non è una sfumatura da poco: “A Chicago c’era un posto, lo chiamavamo ‘il ristorante dell’ultima cena’, difficilmente se un boss come Accardo ti invitava a cena riuscivi a passare la nottata”. Fortunatamente quello di quel giorno è un pranzo, e in un altro posto. Il vecchio boss lusinga il giovane professore, si informa sulla sua carriera e poi gli chiede se nel suo libro parli anche di lui. Gardaphe trema e gli dice di no. Ma il boss è allegro: e perché no? Fred prende coraggio e cambia discorso, vuole sapere di suo padre, gli fa solo un nome: Gerry Ding Dong Carusiello, il killer degli Aiuppa, l’uomo che un giorno era entrato con una scatola piena di gioielli nel banco dei pegni del nonno. Il boss taglia corto: “Non posso dirti che è stato lui, ma non posso neanche dirti che non è stato lui”. L’estate scorsa, dopo aver finalmente messo le mani sulle carte dell’indagine (“Me le hanno negate per anni, le ho chieste anche al governo”) Gardaphe chiede conferme a un amico poliziotto. “Hai tutte le risposte che ti servono, Fred”, gli risponde quello. Tutte le risposte, e ora anche un finale per il suo libro.
di Giuseppe Rizzo